Archivi per la categoria ‘Le FAQ (leggi “fuck”) dell’IT manager – by Bertoldo’

L’eredità di Bertoldo

venerdì, 23 dicembre 2011

C’e un tempo per parlare e un tempo per tacere.

Grazie allo spazio che Miriade mi ha offerto nel suo Blog ho potuto dire, urlare, esprimere e trasudare tutto quello che pensavo. Senza peli sulla lingua (anche perché per averceli…), senza falsi pudori o inutili difese autoreferenziali della categoria a cui io stesso appartengo.
Ora e’ tempo che io mi ritiri, approfittando di una finestra spazio-temporale che mi proietterà direttamente nell’anno 2024, tanto da avere 72 anni e andare mantinente in pensione.
E come tutti quelli che se ne vanno (sempre i migliori), desidero scrivere le mie ultime volontà:
Lascio a tutti voi, amici IT Manager, la mia inesauribile curiosità, la voglia di cambiare, il coraggio di dire le cose, il coraggio di dirle prima di tutto a noi stessi.
Vi lascio il dono dell’autoironia, l’amore per la ricerca su tutto quello che non si può ricondurre all’ermeneutica binaria di 0 e di 1.
Lascio a Miriade la custodia di tutti i miei Post, chiedendo che vengano magari accuditi da qualcuno che non sia IT manager.

Detto questo, (e)spirò.
Mentr’ egli visse, fu Bertoldo detto,
Fu grato al Re, morì con aspri duoli
Per non poter mangiar rape e fagiuoli.

L’IT MANAGER E IL CAOS CALMO

martedì, 13 dicembre 2011

Caos Calmo. Il romanzo di Veronesi o il film di Nanni Moretti, prendete voi quello che preferite. Non importa. 

Quello che mi interessa è l’immagine di questo top manager seduto su una panchina nel parco di fronte alla scuola del figlio. Fuori dai giochi, fuori dalle grandi manovre della sua azienda, fuori dagli orari obbligati, dai meeting, dalle lotte per la successione al vertice. Fuori da tutto, eppure così al centro: di se stesso, delle dinamiche e delle relazioni. Sì ok, state pensando alla scena di sesso da tergo con la Rossellini: lì era dentro, non c’è dubbio, ma non sbrachiamo proprio ora che cerco di fare un discorso serio. Non distinguiamoci sempre, cribbio!

E noi IT Manager?

(continua…)

BERTOLDO E IL MONDO CAPOVOLTO

martedì, 6 dicembre 2011
Credo sia stata la cena a base di baccalà. O il Sauvignon. O la grappa di monovitigno. O tutte e tre le cose insieme.
Stavo correndo, pieno di ansia e di fretta maledetta. “Non c’è tempo” , ripetevo tra me e me, “non c’è tempo abbastanza”: andavo a destra (un casino), a sinistra (una ciofeca), a zig-zag. Senza pace.
Non ricordo come, ma a forza di correre a vanvera mi sono trovato in un corridoio che in tutti questi anni passati in azienda non avevo mai visto: mai! Ma come cazzo è possibile che non l’abbia visto notato fino ad oggi, mi sono detto parlando in francese, eppure ero lì e continuavo a camminare spinto dal tic-tac interiore come il coccodrillo di Peter Pan. E alla fine del corridoio c’era una porta e sono entrato ma cazzo (di nuovo in francese) era la tromba dell’ascensore e son precipitato. Ma piano. Piano.
“Come è possibile?”.  A testa in giù e poi a testa in su e poi fai un salto, fanne un altro, fai la giravolta, falla un’altra volta, guarda in su, guarda in giù… [sento la mia voce sempre più lontana].
Toh, c’è un’altra porta ma non si apre. La maniglia, Bertoldo, la maniglia è rovescia… Ohhh! Ma qui è tutto meraviglioso, tutto in ordine, sembra… sembra il tinello di Monti! No, non è un tinello, è la sala del Consiglio di Amministrazione e c’è il Presidente con l’Amministratore Delegato. Ci sono tutti i top manager: il CFO, l’IT Manager… L’IT Manager?? Sì, e mi somiglia ma è più in forma e non ha l’eczema alle mani.. e sta parlando! L’Amministratore Delegato gli ha chiesto di illustrare i progetti di rinnovamento dell’infrastruttura informatica di gruppo e e vuole che spieghi come attraverso le ICT si intenda migliorare la performance aziendale e facilitare la diffusione e l’accessibilità delle informazioni. E il WEB e il networking. E tutti ascoltano, appuntando sugli iPad e visualizzando le slides della presentazione condivisa sul Cloud.
Non ci posso credere. E infatti: guardando meglio seduto al tavolo c’è un tipo troppo eccentrico, con una tuba in testa. E ora il tipo strano si sta alzando e ha iniziato a versare il the bollente in tazzine senza fondo, cantando “un buon Non-Compleanno a te”.

L’IT MANAGER E LA LOTTA (PERSA) CONTRO L’ENTROPIA DELLE ORGANIZZAZIONI

mercoledì, 12 ottobre 2011

Astraendo dalla termodinamica, all’interno della quale si è generata, la teoria dell’entropia pretende di essere una legge universale. Con ciò si intende che essa vale sia per l’evoluzione dell’universo che per la disposizione degli oggetti nella camera dei ragazzi, indifferentemente.

Il fatto che un sistema “S” tenda –banalizzando- ad andare dall’ordine al caos, dal semplice al complesso, riguarda quindi quasi tutti gli ambiti dell’esperienza umana. Può allora non riguardare l’Organizzazione, sistema che nasce dall’interazione di tanti micro-sistemi individuali, a loro volta entropici? Assistiamo ogni giorno, nelle nostre aziende, ad un aumento degli esiti imprevedibili di ogni decisione (normalmente chiamati “casìni”); lasciate a se stesse, le dinamiche sembrano percorrere vie casuali e cozzano tra loro come tanti neutrini sparati a casaccio nel mega tunnel tra Ginevra e il Gran Sasso.

Allora la funzione IT, per propria vocazione o per missione assegnata dall’alto, si trova a dover quotidianamente affrontare l’epica lotta dell’ordine logico (binario) contro il disordine (analogico e alfanumerico) dei processi aziendali. Autenticazioni, autorizzazioni, monitoraggio, procedure, tutele: queste le armi con le quali l’IT Manager ingaggia la sua personale battaglia contro la minaccia della spontaneità caotica. In una parola, le famigerate “Best Practices”. 

Succede però che si registra un fenomeno statisticamente avvilente: al crescere delle Pratiche Organizzative Virtuose corrisponde una più che proporzionale crescita dei TICKETS, ovvero delle richieste di problem solving che gli utenti rispediscono al mittente e che intasano inesorabilmente la posta dell’IT Manager, sempre più solo nella cosmica tenzone contro il caos organizzativo.

Ma allora, dov’è che sbagliamo?  Io sono più filosofo che fisico, ma un’idea me la sono fatta. Sbagliamo a pensare che le organizzazioni siano “altro” rispetto alla vita, agli organismi, all’universo intero. Sbagliamo a pensare che il disordine nella stanza dei ragazzi sia un problema da risolvere anziché un fenomeno da osservare e dal quale trarre continue informazioni sullo stato di vitalità del sistema-azienda: il caos non è disordine, è complessità in evoluzione. Ogni movimento spontaneo, ogni percorso nuovo e ogni traiettoria contro-mano può contenere infinite informazioni.

E allora, più che controllare, dovremmo saper navigare su queste onde apparentemente senza senso e senza verso. Dovremmo fare come i bambini, che giocano con la realtà e per questo la sanno trasformare attribuendo ad essa un significato. Dovremmo fare come il Dioniso di Nietzsche, che danza sulle cose e così facendo le domina e ne comprende la vera natura, rinunciando finalmente a scomporle nell’incessante analisi che –dividendo e immobilizzando- rischia di far morire ciò che è vivo.

Come farlo, non chiedetelo a Bertoldo però! Lui non sa nulla

Le ferie dell’IT Manager

mercoledì, 21 settembre 2011

Agosto, IT manager non ti conosco. Se ne vanno tutti in vacanza, l’Italia si ferma (il mondo no ma non importa). Tutti? Beh, no. La funzione IT meglio che resti in azienda : ci sono quelle attività straordinarie che comporterebbero troppi disagi ad affrontarle negli altri periodi dell’anno.

Ma fa caldo e non è divertente lavorare con tutti che partono e con gli uffici deserti e… Non importa. Noi restiamo. Presidiamo, come soldati Giapponesi, la nostra isola sperduta nel pacifico.

Ah, ma poi tornano. Abbronzati e pieni di racconti con i quali intasare la posta interna e le pause al distributore di caffè. E ti guardano come fossi un pària sfigato. E ti viene da mandarli affanculo.

Però a novembre, quando la loro tintarella sarà slavata e lo stress da lavoro sarà tornato ai livelli di luglio, in ferie ci andremo noi e allora sì che ci toglieremo delle gran belle soddisfazioni!

 Eh già, a novembre, quando in spiaggia la figa più giovane ha 60 anni.

L’IT MANAGER NEL QUARTO QUADRANTE A CACCIA DI CIGNI NERI

giovedì, 4 agosto 2011

l Cigno Nero di cui parla Taleb nel suo celebre saggio è il simbolo dell’Altamente Improbabile, che in quanto tale tende ad inculare le nostre capacità di previsione quantitativa.

Sempre secondo l’autorevole studioso, l’incrocio delle due sfighe denominate “alta improbabilità” ed “elevato impatto negativo” genera il Quarto Quadrante, ovvero l’inquietante Dominio del Selvaggiamente Incerto, dove le armi della statistica falliscono miseramente.

E secondo voi, dove una o più sfighe si incontrano, può mancare l’IT Manager? Il CdA e i manager di tutte le funzioni si rivolgono a noi -custodi dei dati e delle segrete relazioni tra essi- per ottenere la previsione dell’imprevedibile. Vallo a spiegare all’AD che ormai le nostre imprese navigano stabili nel Quarto Quadrante e che di Cigni Neri se ne incrociano uno al giorno: sono ancora convinti che basti analizzare le serie storiche ed inserire piccoli algoritmi correttivi per ottenere la risposta giusta. Come nelle vignette umoristiche della Settimana Enigmistica dove uno scienziato in camice bianco interrogava l’enorme computer, pieno di nastri magnetici rotanti, e otteneva la risposta da una striscia di carta che usciva dall’apposita fessura. Questi pensano ancora che “basti schiacciare un bottone”. E cosa ci vuole?!

Il problema è che ultimamente la sfiga sembra aver acquisito i superpoteri e riesce a far accadere eventi con probabilità così vicine allo zero da essere considerati “praticamente impossibili”. Come un guasto ad un reattore nucleare, concomitante ad un terremoto magnitudo 10 scala Richter e ad uno Tsunami di 20 metri. Forse è il caso davvero di finirla con l’analisi delle serie storiche e adottare principi probabilistici più sofisticati. Ad esempio il lancio dei dadi.

Bertoldo

L’IT MANAGER e IL TE’ DEL CACCIATORE

giovedì, 23 giugno 2011

Santorso, con buona pace dei suoi abitanti, è una sorta di estensione periferica della vicina e maggiormente nota cittadina di Schio. Insomma uno per Santorso normalmente ci transita, non ci va.

Ora, in questo piccolo paese alle pendici del monte Summano c’è un locale che a vederlo da fuori sembra una vecchia casa disabitata: le imposte in legno hanno visto l’ultima passata di vernice negli anni della Costituente e l’insegna è quasi invisibile, dipinta sull’intonaco smunto. Eppure in questo buco arriva gente da tutta la provincia di Vicenza e oltre, e ci arriva per un solo motivo: bere il “te’ del cacciatore”. Questo intruglio altamente alcoolico, che se ti fai il secondo peggio per te, è motivo unico e sufficiente per prendere l’auto, fare 20-30 chilometri e giungere a Santorso scoprendo solo in quel momento che non si scrive con l’apostrofo.

Cosa ho voluto dire con questo aneddoto? Che è meglio farsi accompagnare da un astemio se si vuole bere la magica pozione e non farsi ritirare la patente a vita? Sì, ok anche quello… ma ciò che più mi interessa comunicare è che se una “cosa” ha un valore altamente riconosciuto accadono due fatti : il primo è che la gente la va a cercare ovunque si trovi, il secondo è che tutto quello che sta intorno sopra e sotto l’oggetto del desiderio non conta una beata minchia. Se volete posso farvi un altro esempio che riguarda le donne, ma mi sentirei banale.

E allora quando sento i miei colleghi IT manager lamentarsi perché non viene data loro la giusta importanza e considerazione, mi viene da pensare al Tè del cacciatore: trionfo della teoria del valore e morte del marketing.

Bertoldo (che di tè del cacciatore ne beve sempre due)

L’IT MANAGER e LA RISERVA INDIANA

mercoledì, 11 maggio 2011

Similis cum similibus.
E’ così che nascono i Club. L’idea che sottende al fenomeno è di natura logica e si ispira alla teoria degli insiemi: includere gli appartenenti e di escludere tutti gli altri. Per la stessa dinamica, all’interno di ogni insieme tendono inevitabilmente a crearsi uno o più sottoinsiemi fino all’estrema conseguenza che anche l’insieme medesimo può essere considerato come sottoinsieme di se stesso. Non sono sicuro di aver capito quello che ho scritto, ma la patologia che volevo evocare è l’INVOLUZIONE AUTOREFERENZIALE.
E chi siamo noi IT manager per non avere il nostro CLUB? Anzi, i nostri Club. E come ci troviamo bene quando siamo tra di noi e tutti gli altri sono fuori. Ci capiamo, parliamo lo stesso linguaggio e soprattutto ci relazioniamo inter pares. Siamo tutti uguali e non c’è nemmeno qualcuno di più uguale degli altri: il nostro insieme è un mondo perfetto, con buona pace di Orwell.Analizziamo la realtà, isoliamo i problemi, individuiamo le cause  e prospettiamo le soluzioni. Ah, se ci lasciassero fare a modo nostro!
La cosa che apprezziamo di più è non dover spiegare quello che diciamo. Possiamo usare liberamente il nostro gergo tecno-logico, disseminando qua e là qualche congiunzione e pochi verbi ma giusto la dose minima per tenere in piedi il castello sintattico. Che bello poter inanellare una sequenza di neo-tecno-logismi senza la preoccupazione di spiegarne il significato; confessiamolo: quando riusciamo a completare la frase senza aver inserito alcuna allocuzione di uso comune ci viene un principio di orgasmo.
Più stiamo dentro al nostro insieme, meglio ancora se in uno specifico sottoinsieme, più ci sentiamo sicuri di noi stessi e del nostro valore. E più ci sentiamo sicuri meno ci mettiamo in discussione. E meno ci mettiamo in discussione meno evolviamo. Però viviamo bene.
A differenza degli insiemi matematici, i nostri Club hanno però un problemino: le pareti cellulari che li separano dal resto del mondo sono assai sottili e per nulla invulnerabili. Ed è in questa barriera inconsistente che si insinua l’orrida minaccia: quando siamo costretti dalla quotidianità ad entrare in contatto con i non-appartenenti, il nostro sogno autarchico naufraga infatti nelle scogliere del CONFRONTO.
Nella dialettica con gli altri manager e con l’alta direzione sembriamo a volte anacronistici (proprio noi, profeti dell’innovazione) e a volte patetici. Non ci capiscono, non ci considerano. Al massimo ci tollerano come si fa con le minoranze etniche. E noi, messi alle corde, ci rifugiamo ancora dietro alla cortina fumogena del gergo tecnologico per far capire che, cazzo, non siam mica qui a pettinare le bambole. Ma fuori dal Club IT quelle parole perdono il loro potere magico e risolutivo, si sgonfiano contro la forza pungente di termini come “budget”, “target”, “taglio delle risorse” e “stand-by del progetto”.
Meglio allora stringersi nel recinto del club, serrare le fila e difendere i precari confini della nostra Riserva Indiana.

Bertoldo
“Non vorrei mai fare parte d’un club che accetti tra i suoi iscritti un membro come me”
Woody Allen

L’IT MANAGER e LE DIMENSIONI DEL TEMPO

martedì, 26 aprile 2011

Gli antichi filosofi l’avevano capito: l’assoluto del tempo è il presente.
Il passato non c’è più: perché ti tormenti? Il futuro non c’è ancora: perché ti preoccupi?
L’unica dimensione del tempo sulla quale possiamo esercitare una qualche forma di potere è il momento presente.
Ma noi IT manager viviamo sfasati. O ci ostiniamo ad applicare i paradigmi del passato coltivando l’illusione di percorrere vie sicure, che in cuor nostro sappiamo ormai inefficaci. O ci proiettiamo nei futuri probabili alla ricerca di certezze improbabili.
Noi consistiamo nel presente. Il momento migliore per fare qualunque qualcosa è ADESSO: più ci arrovelliamo a capire cosa succederà domani, più perdiamo l’opportunità di creare un domani diverso.
Ma cosa significa vivere il presente, per noi che lavoriamo in un settore dove il presente sfugge e si conta al ritmo dei bites per secondo? La nostra clessidra ha il foro largo. La sabbia ci scorre tra le mani inesorabile e noi dobbiamo agire, decidere. Presto. In fretta. E bene.
Voi mi direte, presi nel vortice dell’ansia cronica:
“Ma come [c…] si fa? Lo sai tu, Bertoldo, come [c…] si fa?”
E io vi rispondo:
“L’utilità del vaso sta in quello che non c’è”.
Voi mi direte:
“ E che [c…] vuol dire?”
E io vi dirò:
“Non lo so. Però è vero. E’ vero come tutte le cose semplici. E’ utile come tutte le cose vuote”.
Lasciatevelo dire da un vecchio disilluso, ormai immune ad ogni chimera: semplificare, eliminare, svuotare. Questa è la via. Oggi, questa mattina, è il tempo opportuno per farlo.

’IT Manager e il crivello di Eratostene (Trattatello profano sulla solitudine dei numeri primi)

lunedì, 28 marzo 2011

Divisibili solo per se stessi (e per 1, ma non fa testo).

I numeri primi sono fatti così: in questo sta la loro grandezza e la ragione del loro isolamento.

Se un numero si può dividere per un altro, significa che può essere anche il prodotto di una moltiplicazione: la sua essenza è dinamica e collettiva.

Il numero primo è solitario: non con-divide e non risulta da altro. Di solito sta anche benone in questa sua dimensione unica e univoca ma se si deve rapportare con un numero  che esprime una quantità inferiore, quest’ultimo “non c’entra”, non c’è verso di incastrarlo.

Anche tra di loro hanno poco in comune (se non ovviamente il fatto di essere dispari); si somigliano poco e in tanti si sono scervellati per trovare delle costanti significative nella loro sequenza.  Inoltre –sempre per necessità metafisica- non sono mai uniti tra loro: al massimo sono vicini, separati dal sottile diaframma di un solo numero. Quindi ancora più esistenzialmente disperati.

Il massimo simbolico è il 5: è un numero primo ma nessun altro numero primo finisce con un 5 (che altrimenti sarebbe divisibile per 5!). Finiscono tutti con 1,3,7 o 9. Quindi il 5 sembra il più solitario dei numeri primi: è il paradigma dell’inconciliabilità.

Eppure, quando si associano tra loro, hanno un potere straordinario: quello di generare tutti gli altri numeri, che di essi sono quindi composti.

Cosa c’entra tutto questo con gli IT Manager? Non lo so. Sono un numero primo anch’io.

Bertoldo