Astraendo dalla termodinamica, all’interno della quale si è generata, la teoria dell’entropia pretende di essere una legge universale. Con ciò si intende che essa vale sia per l’evoluzione dell’universo che per la disposizione degli oggetti nella camera dei ragazzi, indifferentemente.
Il fatto che un sistema “S” tenda –banalizzando- ad andare dall’ordine al caos, dal semplice al complesso, riguarda quindi quasi tutti gli ambiti dell’esperienza umana. Può allora non riguardare l’Organizzazione, sistema che nasce dall’interazione di tanti micro-sistemi individuali, a loro volta entropici? Assistiamo ogni giorno, nelle nostre aziende, ad un aumento degli esiti imprevedibili di ogni decisione (normalmente chiamati “casìni”); lasciate a se stesse, le dinamiche sembrano percorrere vie casuali e cozzano tra loro come tanti neutrini sparati a casaccio nel mega tunnel tra Ginevra e il Gran Sasso.
Allora la funzione IT, per propria vocazione o per missione assegnata dall’alto, si trova a dover quotidianamente affrontare l’epica lotta dell’ordine logico (binario) contro il disordine (analogico e alfanumerico) dei processi aziendali. Autenticazioni, autorizzazioni, monitoraggio, procedure, tutele: queste le armi con le quali l’IT Manager ingaggia la sua personale battaglia contro la minaccia della spontaneità caotica. In una parola, le famigerate “Best Practices”.
Succede però che si registra un fenomeno statisticamente avvilente: al crescere delle Pratiche Organizzative Virtuose corrisponde una più che proporzionale crescita dei TICKETS, ovvero delle richieste di problem solving che gli utenti rispediscono al mittente e che intasano inesorabilmente la posta dell’IT Manager, sempre più solo nella cosmica tenzone contro il caos organizzativo.
Ma allora, dov’è che sbagliamo? Io sono più filosofo che fisico, ma un’idea me la sono fatta. Sbagliamo a pensare che le organizzazioni siano “altro” rispetto alla vita, agli organismi, all’universo intero. Sbagliamo a pensare che il disordine nella stanza dei ragazzi sia un problema da risolvere anziché un fenomeno da osservare e dal quale trarre continue informazioni sullo stato di vitalità del sistema-azienda: il caos non è disordine, è complessità in evoluzione. Ogni movimento spontaneo, ogni percorso nuovo e ogni traiettoria contro-mano può contenere infinite informazioni.
E allora, più che controllare, dovremmo saper navigare su queste onde apparentemente senza senso e senza verso. Dovremmo fare come i bambini, che giocano con la realtà e per questo la sanno trasformare attribuendo ad essa un significato. Dovremmo fare come il Dioniso di Nietzsche, che danza sulle cose e così facendo le domina e ne comprende la vera natura, rinunciando finalmente a scomporle nell’incessante analisi che –dividendo e immobilizzando- rischia di far morire ciò che è vivo.
Come farlo, non chiedetelo a Bertoldo però! Lui non sa nulla